Scorte esaurite.
Le cose che amo: Le donne, la vita bella, il mondo giusto, la gente buona, mangiare bene, viaggiare, la bella musica, l arte, la comunicazione, il computer
Le cose che non sopporto: Le donne che se la tirano, le ingiustizie, gli sbruffoni, quelli che sanno tutto, la superficialità, la petulanza, la falsità
Opportuna
Lettera aperta al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
Da Piergiorgio Welby, Co-Presidente dell'Associazione Coscioni
21 settembre 2006
Caro Presidente,
scrivo a Lei, e attraverso Lei mi rivolgo anche a quei cittadini che avranno la possibilità di ascoltare queste mie parole, questo mio grido, che non è di disperazione, ma carico di speranza umana e civile per questo nostro Paese.
Fino a due mesi e mezzo fa la mia vita era sì segnata da difficoltà non indifferenti, ma almeno per qualche ora del giorno potevo, con l'ausilio del mio computer, scrivere, leggere, fare delle ricerche, incontrare gli amici su internet. Ora sono come sprofondato in un baratro da dove non trovo uscita.
La giornata inizia con l'allarme del ventilatore polmonare mentre viene cambiato il filtro umidificatore e il catheter mounth, trascorre con il sottofondo della radio, tra frequenti aspirazioni delle secrezioni tracheali, monitoraggio dei parametri ossimetrici, pulizie personali, medicazioni, bevute di pulmocare. Una volta mi alzavo al più tardi alle dieci e mi mettevo a scrivere sul pc. Ora la mia patologia, la distrofia muscolare, si è talmente aggravata da non consentirmi di compiere movimenti, il mio equilibrio fisico è diventato molto precario. A mezzogiorno con l'aiuto di mia moglie e di un assistente mi alzo, ma sempre più spesso riesco a malapena a star seduto senza aprire il computer perchè sento una stanchezza mortale. Mi costringo sulla sedia per assumere almeno per un'ora una posizione differente di quella supina a letto. Tornato a letto, a volte, mi assopisco, ma mi risveglio spaventato, sudato e più stanco di prima. Allora faccio accendere la radio ma la ascolto distrattamente. Non riesco a concentrarmi perché penso sempre a come mettere fine a questa vita. Verso le sei faccio un altro sforzo a mettermi seduto, con l'aiuto di mia moglie Mina e mio nipote Simone. Ogni giorno vado peggio, sempre più debole e stanco. Dopo circa un'ora mi accompagnano a letto. Guardo la tv, aspettando che arrivi l'ora della compressa del Tavor per addormentarmi e non sentire più nulla e nella speranza di non svegliarmi la mattina.
Io amo la vita, Presidente. Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l'amico che ti delude. Io non sono né un malinconico né un maniaco depresso - morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita - è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche. Il mio corpo non è più mio ... è lì, squadernato davanti a medici, assistenti, parenti. Montanelli mi capirebbe. Se fossi svizzero, belga o olandese potrei sottrarmi a questo oltraggio estremo ma sono italiano e qui non c'è pietà.
Starà pensando, Presidente, che sto invocando per me una "morte dignitosa". No, non si tratta di questo. E non parlo solo della mia, di morte.
La morte non può essere "dignitosa"; dignitosa, ovvero decorosa, dovrebbe essere la vita, in special modo quando si va affievolendo a causa della vecchiaia o delle malattie incurabili e inguaribili. La morte è altro. Definire la morte per eutanasia "dignitosa" è un modo di negare la tragicità del morire. È un continuare a muoversi nel solco dell'occultamento o del travisamento della morte che, scacciata dalle case, nascosta da un paravento negli ospedali, negletta nella solitudine dei gerontocomi, appare essere ciò che non è. Cos'è la morte? La morte è una condizione indispensabile per la vita. Ha scritto Eschilo: "Ostico, lottare. Sfacelo m'assale, gonfia fiumana. Oceano cieco, pozzo nero di pena m'accerchia senza spiragli. Non esiste approdo".
L'approdo esiste, ma l'eutanasia non è "morte dignitosa", ma morte opportuna, nelle parole dell'uomo di fede Jacques Pohier. Opportuno è ciò che "spinge verso il porto"; per Plutarco, la morte dei giovani è un naufragio, quella dei vecchi un approdare al porto e Leopardi la definisce il solo "luogo" dove è possibile un riposo, non lieto, ma sicuro.
In Italia, l'eutanasia è reato, ma ciò non vuol dire che non "esista": vi sono richieste di eutanasia che non vengono accolte per il timore dei medici di essere sottoposti a giudizio penale e viceversa, possono venir praticati atti eutanasici senza il consenso informato di pazienti coscienti. Per esaudire la richiesta di eutanasia, alcuni paesi europei, Olanda, Belgio, hanno introdotto delle procedure che consentono al paziente "terminale" che ne faccia richiesta di programmare con il medico il percorso di "approdo" alla morte opportuna.
Una legge sull'eutanasia non è più la richiesta incomprensibile di pochi eccentrici. Anche in Italia, i disegni di legge depositati nella scorsa legislatura erano già quattro o cinque. L'associazione degli anestesisti, pur con molta cautela, ha chiesto una legge più chiara; il recente pronunciamento dello scaduto (e non ancora rinnovato) Comitato Nazionale per la bioetica sulle Direttive Anticipate di Trattamento ha messo in luce l'impossibilità di escludere ogni eventualità eutanasica nel caso in cui il medico si attenga alle disposizioni anticipate redatte dai pazienti. Anche nella diga opposta dalla Chiesa si stanno aprendo alcune falle che, pur restando nell'alveo della tradizione, permettono di intervenire pesantemente con le cure palliative e di non intervenire con terapie sproporzionate che non portino benefici concreti al paziente. L'opinione pubblica è sempre più cosciente dei rischi insiti nel lasciare al medico ogni decisione sulle terapie da praticare. Molti hanno assistito un famigliare, un amico o un congiunto durante una malattia incurabile e altamente invalidante ed hanno maturato la decisione di, se fosse capitato a loro, non percorrere fino in fondo la stessa strada. Altri hanno assistito alla tragedia di una persona in stato vegetativo persistente.
Quando affrontiamo le tematiche legate al termine della vita, non ci si trova in presenza di uno scontro tra chi è a favore della vita e chi è a favore della morte: tutti i malati vogliono guarire, non morire. Chi condivide, con amore, il percorso obbligato che la malattia impone alla persona amata, desidera la sua guarigione. I medici, resi impotenti da patologie finora inguaribili, sperano nel miracolo laico della ricerca scientifica. Tra desideri e speranze, il tempo scorre inesorabile e, con il passare del tempo, le speranze si affievoliscono e il desiderio di guarigione diventa desiderio di abbreviare un percorso di disperazione, prima che arrivi a quel termine naturale che le tecniche di rianimazione e i macchinari che supportano o simulano le funzioni vitali riescono a spostare sempre più in avanti nel tempo. Per il modo in cui le nostre possibilità tecniche ci mantengono in vita, verrà un giorno che dai centri di rianimazione usciranno schiere di morti-viventi che finiranno a vegetare per anni. Noi tutti probabilmente dobbiamo continuamente imparare che morire è anche un processo di apprendimento, e non è solo il cadere in uno stato di incoscienza.
Sua Santità, Benedetto XVI, ha detto che "di fronte alla pretesa, che spesso affiora, di eliminare la sofferenza, ricorrendo perfino all'eutanasia, occorre ribadire la dignità inviolabile della vita umana, dal concepimento al suo termine naturale". Ma che cosa c'è di "naturale" in una sala di rianimazione? Che cosa c'è di naturale in un buco nella pancia e in una pompa che la riempie di grassi e proteine? Che cosa c'è di naturale in uno squarcio nella trachea e in una pompa che soffia l'aria nei polmoni? Che cosa c'è di naturale in un corpo tenuto biologicamente in funzione con l'ausilio di respiratori artificiali, alimentazione artificiale, idratazione artificiale, svuotamento intestinale artificiale, morte-artificialmente-rimandata? Io credo che si possa, per ragioni di fede o di potere, giocare con le parole, ma non credo che per le stesse ragioni si possa "giocare" con la vita e il dolore altrui.
Quando un malato terminale decide di rinunciare agli affetti, ai ricordi, alle amicizie, alla vita e chiede di mettere fine ad una sopravvivenza crudelmente ‘biologica' - io credo che questa sua volontà debba essere rispettata ed accolta con quella pietas che rappresenta la forza e la coerenza del pensiero laico.
Sono consapevole, Signor Presidente, di averle parlato anche, attraverso il mio corpo malato, di politica, e di obiettivi necessariamente affidati al libero dibattito parlamentare e non certo a un Suo intervento o pronunciamento nel merito. Quello che però mi permetto di raccomandarle è la difesa del diritto di ciascuno e di tutti i cittadini di conoscere le proposte, le ragioni, le storie, le volontà e le vite che, come la mia, sono investite da questo confronto.
Il sogno di Luca Coscioni era quello di liberare la ricerca e dar voce, in tutti i sensi, ai malati. Il suo sogno è stato interrotto e solo dopo che è stato interrotto è stato conosciuto. Ora siamo noi a dover sognare anche per lui.
Il mio sogno, anche come co-Presidente dell'Associazione che porta il nome di Luca, la mia volontà, la mia richiesta, che voglio porre in ogni sede, a partire da quelle politiche e giudiziarie è oggi nella mia mente più chiaro e preciso che mai: poter ottenere l'eutanasia. Vorrei che anche ai cittadini italiani sia data la stessa opportunità che è concessa ai cittadini svizzeri, belgi, olandesi.
Piergiorgio Welby
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Inflazione - per capire come ci fregano
Per poter comprendere come sia possibile realizzare la fiscalità monetaria è necessario indagare sulla reale natura della moneta nelle economie contemporanee.
La moneta nasce come una merce le cui caratteristiche di grande duttilità e fungibilità ne consentono l’utilizzazione prevalente per l’attività di scambio. Una moneta d’oro equivaleva a cinque pecore, due cavalli o trenta medimni di grano (a seconda della maggiore o minore scarsità di pecore, cavalli o grano) ed era pertanto agevole portare con sé grandi quantità di questi e degli altri pochi generi di beni disponibili sotto forma di oro cosa che facilitava enormemente gli scambi di merci.
In un contesto di scarsità generale delle merci l’andamento dei prezzi tendeva al rialzo in periodi di maggiore scarsità ed al ribasso in periodi di relativa abbondanza mantenendo, però, un sostanziale equilibrio nel senso che ad una determinata quantità di oro (sotto forma di moneta) corrispondeva nel lungo periodo in media una determinata quantità di beni di ciascun genere (12). La conquista delle Americhe e la grande importazione d’oro operata dalla Spagna nel periodo successivo produssero un incremento del prezzo dei beni (13) (la cui scarsità era rimasta costante) ed una sostanziale inflazione della moneta aurifera ma in sostanza la natura della moneta non ha subito mutamenti sostanziali sino all’invenzione della moneta cartacea.
Poco prima della rivoluzione francese la Banca d’Inghilterra cominciò ad emettere certificati per importi di metalli preziosi pari al valore di quelli depositati presso le sue casse. Questi certificati erano sempre convertibili nell’oro o negli altri metalli fisicamente esistenti presso i forzieri della Banca, ma la loro circolazione era più agevole e molto più sicura dell’oro stesso, sempre esposto ai rischi di eventi delittuosi. Molti altri paesi seguirono l’esempio dell’Inghilterra e nacquero così le varie monete in forma cartacea.
Naturalmente tutti rispettavano in qualche misura il principio della convertibilità finché la crisi del ’29 non mise in evidenza che la grande capacità produttiva dei paesi anglosassoni, di gran lunga superiore a quella degli altri paesi europei, generava scarsità di oro e di altri metalli preziosi e quindi scarsità di moneta. Questo squilibrio tra la quantità di oro e di relativa moneta in circolazione e la massa di beni prodotta soprattutto dagli Stati Uniti si tradusse in crisi di sovrapproduzione negli stessi Stati Uniti le cui industrie non riuscivano più a vendere i propri prodotti a causa della fisica impossibilità degli Stati di emettere moneta per l’esaurimento delle riserve di oro e di altri preziosi.
Per uscire dalla crisi gli Stati cominciarono ad emettere moneta senza corrispettivo in preziosi o altre valute nelle proprie casse allo scopo di cercare di rivitalizzare le proprie economie. Ovviamente furono anche emanate norme che vietavano la conversione della moneta in oro o altri preziosi poiché tale corrispondenza veniva sostanzialmente a mancare. Naturalmente questa stampa di banconote a vuoto generava inflazione nella misura in cui la massa monetaria diveniva maggiore dei beni in circolazione e produceva un generale rialzo dei prezzi scatenando spirali inflazionistiche che in Europa furono tenute sotto controllo solo a mezzo di una feroce repressione attuata dalle dittature che salirono al potere tra le due guerre mondiali. Allo stesso tempo i governi cominciarono ad emettere titoli di debito pubblico in misura consistente a mezzo dei quali finanziarono soprattutto la costruzione di grandi infrastrutture di pubblica utilità che consentirono un generale salto di qualità del sistema economico. L’inflazione venne controllata a mezzo di una sostanziale riduzione dei salari, mentre le eccedenze della massa monetaria che il sistema produceva vennero utilizzate, oltre che per le opere pubbliche, per l’industria delle armi nella convinzione che le conquiste territoriali avrebbero consentito la necessaria redistribuzione delle ricchezze tra i popoli.
Nel dopoguerra la politica di deficit di bilancio (così viene chiamata la stampa di moneta senza corrispettivo) ha caratterizzato la politica economica di tutti i governi del mondo al punto che le riserve aurifere sono divenute una porzione insignificante dei beni fronte della massa monetaria. Al sistema della convertibilità di tutte le monete in oro o altri preziosi venne sostituito, con gli accordi di Bretton Woods, il sistema della convertibilità delle monete nel dollaro americano che solo manteneva un rapporto con l’oro. Per evitare eccessivi squilibri tra le monete venne istituito il Fondo Monetario Internazionale alla cui creazione contribuirono essenzialmente gli Stati Uniti e l’Inghilterra ma al quale aderirono praticamente tutti gli Stati del mondo poiché solo in quel modo era possibile garantire la convertibilità della propria moneta e quindi l’accesso al mercato mondiale.
Il FMI interveniva a mezzo di prestiti a medio e lungo termine per mantenere l’equilibrio tra le monete dei vari Stati ed evitare tensioni e speculazioni eccessive sui mercati valutari. Questo sistema ha prodotto due effetti: da un lato ha indotto gli Stati a convertire le proprie riserve in dollari americani - e ciò ha consentito agli americani di stamparne in quantità incontrollata poiché il valore della banconota era sostenuto artificialmente dall’eccesso di domanda - dall’altro ha incrementato a dismisura la massa monetaria mondiale. In alcuni paesi, politicamente deboli ed economicamente in crescita, negli anni ’60, l’eccessivo incremento della massa monetaria ha prodotto violente ondate inflattive che hanno a loro volta determinato riflusso economico e tensioni sociali e politiche. A determinare queste situazioni, ovviamente, non è stato estraneo il FMI che ha gestitola propria politica di credito con criteri principalmente politici, ma complessivamente il sistema ha funzionato finché l’economia mondiale è stata in crescita, ovvero sino alla prima grande crisi petrolifera del 1972. Le restrizioni operate a seguito della crisi e la generale necessità di valuta hanno determinato allora la crisi del dollaro e la conseguente abolizione del sistema della convertibilità istituito con gli accordi di Bretton Woods.
Da allora il valore delle monete, svincolato da un qualsivoglia legame sia pure indiretto con l’oro o altri preziosi, è stato determinato solo in funzione dei rapporti politici e dei rapporti di forza sul mercato valutario. La continua crescita della massa monetaria comporta una progressiva riduzione della funzione politica di controllo delle monete. Di fatto oggi è il mercato che stabilisce il rapporto di forza tra le valute e nel mercato perdono progressivamente di peso gli interventi delle banche centrali e degli Stati poiché è aumentato in maniera rilevantissima il numero dei gruppi finanziari ed economici privati in possesso di mezzi valutari e risorse persino maggiori di quelle di molti Stati del mondo.
Come è apparso evidente nella crisi del ’92, anche un Stato industrializzato come l’Italia, pure appoggiato dai paesi aderenti allo SME, non è stato in grado di sostenere la propria moneta sottoposta alle pressioni della speculazione internazionale. La politica monetaria ha quindi assunto sempre più importanza e la determinazione del tasso di sconto è divenuto terreno di scontro tra le forze politiche.
L’indebitamento degli Stati si è innalzato a livelli impensabili e quindi il tasso di sconto è divenuto l’unico strumento per garantire il pagamento degli interessi sul debito che altrimenti costringerebbe molti Stati a dichiarare bancarotta (ovvero a consolidare il proprio debito). Il problema è però che un elevato tasso di sconto attira capitali finanziari ma allontana capitali di investimento costretti a subire un livello di fiscalizzazione troppo elevato. Nel medio periodo le politiche monetarie deprimono l’economia produttiva per la quale, in fondo, è del tutto irrilevante uno scostamento di mezzo punto in su o giù del tasso di sconto ma che vivono della circolazione del capitale monetario. E’ evidente che questo sistema è destinato a finire rapidamente. Neppure l’istituzione della moneta unica, che pure limita le possibilità di azione della speculazione finanziaria, può salvare il sistema dato che le diverse capacità produttive nelle diverse aree del paese non sono più temperate dall’ammortizzatore valutario ed oltretutto il problema del debito pubblico rimane in tutta la sua pesantezza.
Attualmente in Italia le riserve aurifere sono poco più dell’1% del totale della massa monetaria, mentre per ragioni diciamo così estetiche continua a comparire sulle banconote la dizione tipica della convertibilità (£ 1.000 pagabili a vista al portatore) nonostante ciò sia vietato per legge da circa 70 anni. L’unico vantaggio che è derivato da tale situazione è che la massa monetaria è lievitata in maniera smisurata fino a raggiungere oggi in Italia la considerevole cifra di oltre 7 milioni di miliardi di lire.
Ovviamente il divieto della convertibilità e l’emissione a vuoto (ovvero in funzione di una percentuale sul PIL di poco superiore alla inflazione corrente) di banconote ha radicalmente mutato la natura stessa della moneta. Essa è infatti divenuta misura del valore dei beni prodotti dalla collettività ed il suo valore è dato dalla convenzione giuridica universalmente accettata che glielo conferisce.
E’ evidentemente ingiusto un sistema in cui una merce non tassabile, il capitale monetario, generi enormi ricchezze senza produrre alcunché. Infatti il capitale monetario non produce ricchezza ma si appropria all’origine di ricchezza prodotta da altri nell’economia reale e sarà questa a riprendere, prima o poi la supremazia. In questo sistema i valori monetari nascondono ricchezza reale che viene sottratta a chi la produce per essere distribuita in maniera ineguale nel mercato finanziario sulla base di rapporti di forza e non di capacità produttive. Le emissioni monetarie ed i titoli del debito pubblico sono gli strumenti a mezzo dei quali viene operata questa indebita appropriazione di ricchezza.
Il sistema monetarista cesserà di esistere nel momento in cui le nuove tecnologie produrranno milioni di transazioni finanziarie connesse al mondo della produzione e quindi estranee alla logica della finanza pura. Infatti se per gestire una enorme quantità di moneta un piccolo gruppo di persone trova certamente conveniente investire in massa in operazioni di pura speculazione finanziaria, i milioni di piccoli operatori che muovono ciascuno la propria microscopica frazione di capitale, si rivolgeranno con maggiore decisione verso il mondo della produzione dal quale possono trarre concreti benefici e più alti profitti. Allora o la remunerazione del capitale di rendita diviene maggiore di quello produttivo, ma questo è evidentemente assurdo, oppure non ci sarà tasso di sconto in grado di attirare capitali finanziari a sufficienza e sarà quindi necessario il consolidamento del debito pubblico. Per evitare questa sciagurata iattura c’è solo la via della tassazione del capitale monetario e della liberazione della produzione e del consumo da ogni sorta di imposte.
Abbiamo visto che la moneta, all’atto della sua emissione si appropria, senza corrispettivo, di ricchezza generata nel mondo della produzione.
La pretesa della moderna teoria di considerare la moneta un valore creditizio è evidentemente errata poiché comporta che ad ogni emissione monetaria si genera un debito per i cittadini la cui ricchezza invece costituisce la base del valore della moneta, con l’assurda conseguenza che i cittadini la moneta la pagano due volte, la prima all’atto dell’emissione, caricandosi il relativo debito a carico dello Stato, la seconda con il lavoro necessario per produrla.
Per effetto di questa perversa e truffaldina imposizione delle banche centrali, che in questa maniera si impadroniscono di risorse prodotte dai cittadini, ogni attività produttiva è divenuta fonte di debito invece che di guadagno e l’affanno generalizzato che domina la società contemporanea è frutto di questa vera e propria truffa organizzata dalle banche centrali in danno dei cittadini.
E’ ora che i cittadini si riapproprino dei valori contenuti nella massa monetaria a mezzi di un sistema che consenta una equa redistribuzione delle ricchezze prodotte che tuteli il diritto alla vita di tutti senza limitare in alcun modo, anzi accelerando all’estremo la capacità produttiva delle nazioni.
NOTE
(12) Già nell'antica Roma fu sperimentata una sorta di inflazione: la scarsità di oro, infatti, indusse gli imperatori a ridurne progressivamente la quantità nelle leghe che componevano le monete e questo generava aumenti di prezzi.
(13) Apparentemente per la ragione diametralmente opposta a quella che generava aumenti di prezzi nell'antichità. In realtà il problema dell'inflazione è sempre lo stesso: un eccesso di moneta rispetto alla quantità di beni in circolazione determina sotto ogni latitudine un aumento di prezzi.
da http://www.teocollector.com/naturamoneta.htm
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Carenze
dicono che chi mangia cioccolata, ha carenze affettive.
E io che ho carenze di cioccolata, che devo fare?
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Filosofia?
Se smetti di bere, mangiare, fumare e fare l'amore, non e' che vivi piu' a lungo. Ti sembra piu' lunga
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E' morta Oriana Fallaci
«Ho sempre amato la vita.
Chi ama la vita non riesce mai ad adeguarsi». Amata o odiata. Oriana Fallaci era una donna senza vie di mezzo. O bianco. O nero. Senza compromessi. Senza sfumature. Giornalista e scrittrice aveva due patrie e due città, Firenze e New York dode da tempo viveva null Upper East Side di Manhattan. Da qualche giorno, nel più stetto riserbo, era ricoverata in un ospedale fiorentino. Da anni lottava contro il cancro che chiamava «l’alieno». È morta nella notte. Aveva 77 anni.
Oriana Fallaci era nata a firenze il 29 giugno del 1929. Figlia di un liberale contrario al potere mussoliniano, aveva dieci anni quando l’Italia decise di entrare attivamente nella seconda guerra mondiale Poco più che bambina si unì al padre Edoardo nel movimento clandestino di resistenza, divenne membro del corpo dei volontari per la libertà contro il nazismo. L’esercito italiano le diede un riconoscimento d’onore per il suo attivismo nella resistenza. Nel 1945, alla fine della guerra mondiale, Oriana aveva già deciso di diventare una scrittrice. Iniziò giovanissima la carriera giornalistica, lavorando come inviata speciale e in seguito come corrispondente di guerra per L’Europeo: dal 1967 in Vietnam, poi nella guerra Indo-Pakistana, in Sud America, in Medio Oriente. Il 2 ottobre 1968, durante una manifestazione di protesta contro i Giochi Olimpici a Città del Messico, rimase ferita negli scontri tra manifestanti e polizia in Piazza delle Tre Culture. Creduta morta, fu portata in obitorio e solo in quel momento un prete si accorse che respirava ancora.
Dopo aver seguito come corrispondente di guerra alcuni tra i più importanti conflitti del secolo scorso, dal Vietnam al Medio Oriente, la Fallaci si è dedicata prevalentemente all’attività di scrittrice.
A quest’attività di reporter hanno fatto seguito le interviste a importanti personalità della politica, le analisi dei fatti principali della cronaca e dei temi contemporanei più rilevanti. Tra i personaggi intervistati dalla Fallaci: Nguyen Cao Ky, Yasser Arafat, Mohammad Reza Pahlavi, Henry Kissinger, Walter Cronkite, Indira Gandhi, Golda Meir, Nguyen Van Thieu, Zulfikar Ali Bhutto, Willy Brandt, l’Ayatollah Khomeini, e Muammar Gheddafi. Consegnandole la laurea ad honorem in letteratura, il rettore del Columbia College di Chicago la definì uno degli autori più letti ed amati del mondo. Ha scritto e collaborato per numerosi giornali e periodici, tra cui: New Republic, New York Times Magazine, Life, Le Nouvelle Observateur, The Washington Post, Look, Der Stern, Panorama e Corriere della sera
I suoi ultimi libri pubblicati dopo l’11 settembre («La rabbia e l’orgoglio», 2001, e «La forza della ragione» 2004) avevano diviso l’opinione pubblica. La scrittrice ha preso delle forti posizioni in difesa della cultura occidentale, in netta contrapposizione al fondamentalismo islamico. Sempre in tempi recenti, si era schierata contro l’eutanasia nel caso di Terri Schiavo.
Dopo aver espresso per tutta la vita opinioni anticlericali negli ultimi tempi si era avvicinata alla Chiesa cattolica. Pubblicamente aveva dichiarato la sua ammirazione verso papa Benedetto XVI, che l’aveva ricevuta a Castel Gandolfo in udienza privata. Tra i suoi libri spiccano «Un uomo» (1979) dedicato a Alekos Panagulis, poeta e martire e suo compagno e «Lettere a un bambino mai nato» (1975) scritto dopo la perdita di un figlio. Libri contro la morte, sempre e comunque.

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Saggezza popolare
La lingua batte dove il clito ride
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Wish you were here
Allora, pensi di saper distinguere
il paradiso dall'inferno?
I cieli azzurri dal dolore?
Sai distinguere un campo verde
da una fredda rotaia d'acciaio?
Un sorriso da un pretesto?
Pensi di saperli distinguere?
E ti hanno portata a barattare
i tuoi eroi fantasmi?
Ceneri calde con gli alberi?
Aria calda con brezza fresca?
Un caldo benessere con un cambiamento?
e hai scambiato un ruolo di comparsa nella guerra
con il ruolo di protagonista
in una battaglia?
Come vorrei, come vorrei che fossi qui
Siamo solo due anime sperdute
Che nuotano in una boccia di pesci
Anno dopo anno
Corriamo sullo stesso vecchio terreno
E cosa abbiamo trovato?
Le solite vecchie paure
Vorrei che fossi qui
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Malasanità?
Se avete dei casi "sospetti" di malasanità a Reggio Emilia, specie per quanto riguarda l'ospedale, segnalatemeli scrivendomi un messaggio.
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Che figata
quando spariscono tutti contemporaneamente
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Vivere
Vivere è cosa rara al mondo. La maggior parte della gente esiste e nulla più.
Oscar Wilde
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